Il mistero della compassione è il più sfuggente, quello che chiede il mio più grande sforzo di attenzione. Apparentemente nulla può essere compiuto, nè gioito e nemmeno goduto senza la presenza di questo illimitato dolore: la passione. Questa passione consiste della necessità, per noi irrinunciabile pena l’acuirsi del dolore, di compiere un’azione. E’ questa azione che ci porta, in un cammino che può essere esteso ma anche brevissimo, alle porte del paradiso.
Appare allora una risonanza, una vibrazione simpatetica, con chiunque riconosciamo essere nelle nostre stesse condizioni. Vibriamo di una passione che comprendiamo, che è nostra, entriamo nello stato naturale di com-passione. L’azione primaria, per esempio, è nutrirsi, procurarci l’energia vitale senza la quale ogni altra azione cessa. Ognuno di noi comprende la fame, ognuno di noi sa cosa significa patirla, estendere questa capacità è entrare in stato di compassione.
Tutto il nostro corpo esteso è un organo di risonanza che si svolge intorno al nostro cuore. La nostra connessione con questo cuore è la misura della nostra attuale esistenza, del nostro essere vivi ed attenti, ed è la qualità di questa connessione quella che ci permette di sperimentare la giustizia. Il tessuto energetico che chiamiamo corpo, l’intero sistema di connessione che chiamiamo sensibile, sensitivo, cerebrale e nervoso ruota intorno a questo cuore.
Il cuore contiene il senso della necessità così come della sufficienza, quello dell’opportunità così come quello dell’interdizione. Un corpo sano è quello che sa ruotare fluidamente attorno a questi fusi essenziali, comprendendone la natura ed estendendone la cultura, in un processo di adattamento continuo al mondo che riconosce esistente intorno a sè. Il cuore è l’organo della compassione, nostro dovere e fonte di ogni salvezza, ma la connessione tra cuori?

personalmente non vedo il “mio” corpo e il “mio”cuore come un centro attorno a cui tutto si muove.
Sento una ri-sonanza con ogni cosa, più difficilmente con gli altri (uomini o donne non ha importanza), ma sono convinta che questo accada per questione di un ostacolo, messo tra sé e gli altri, e che abita la parola, non più e-pressione, ma verbalizzazione e non verbo da agire e vivere.Se si perdessero, come in fondo sta accadendo, forse si arriverebbe ad un primitivismo in cui il dolore, im-presso in ciascuno, per la mancanza da vivere, premerebbe ai confini di ciascuno per raggiungere quel primo altro come un vero prossimo, cioè un futuro sè. Grazie per tutti e tre gli ultimi percorsi, in fondo, pur aprendosi ad altre vie, confluiscono in un unico modo d’essere.ferni